Esporto democrazia a carissimo prezzo.
22 Ott

Delle presunte fantasiose censure che metterebbe in pratica il decreto Levi s’è parlato tanto, e io la mia l’ho già detta tutta anche perché come previsto la faccenda si sta sgonfiando, e non poteva essere altrimenti. Ma c’è dell’altro: in realtà questa legge riforma anche le normative che regolano i contributi pubblici all’editoria. Si, proprio quelli che fecero tanto scalpore quando Report sollevò il velo sui milioni di euro del contribuente che fluivano nelle casse non solo delle grandi testate, ma anche di piccoli giornali - qualcuno piccolo al limite dell’inesistenza invero - legati in modi più o meno astuti ai partiti politici.
Ci si aspetterebbe che, visto che la vicenda dei giornali riccamente finanziati dallo Stato ha fatto già gran clamore, questa riforma dell’editoria ci mettesse almeno qualche pezza, ma ho già detto l’altro ieri che non mi sembra che si vada decisamente in questa direzione. Salta all’occhio ad esempio il comma 1 dell’art. 18, lettera e)
1. Le imprese editrici di cui all’articolo 17, ad eccezione delle imprese di cui
alla lettera e) del comma 1 del medesimo articolo, accedono ai contributi,
limitatamente a una sola testata e a condizione che:[...]
e) la testata abbia una diffusione pari ad almeno il 30 per cento della
tiratura complessiva se testata a diffusione nazionale e ad almeno
il 60 per cento se testata a diffusione locale. Tale condizione non
si applica alle imprese di cui all’ articolo 17, comma 1, lettera b).
Il che significa che non si può stampare un giornale in un gran numero di copie e ricevere i cospicui contributi pubblici anche se queste copie non le compra nessuno: i contributi vanno solo a chi merita e vende. Peccato che l’esenzione sottolineata mette al riparo da questo vincolo soltanto le testate che sono espressione di forze politiche, mentre tutti gli altri sono tenuti a rispettarlo. Curioso, vero? Chi ha santi in Parlamento trova in quel comma la via della salvezza e del denaro pubblico.
Una storia già vista: questo salvagente sembra messo apposta per non far morire giornali di notevole spessore come molti di quelli elencati qui, i cui dati di vendita sono infinitesimali, ma dato che fanno riferimento ad un partito hanno diritto a somme di tutto rispetto. Qualunque partito, l’Udeur, quello di Rotondi, quel che volete, vanno bene tutti.
Per il resto, dagli articoli 17 al 21, v’invito a leggere e giudicare, sembrano esserci anche dei lievi miglioramenti, ma io non saprei dire quanto questi saranno effettivamente utili.
9 risposte per "Il ddl Levi metterà fine allo scandalo dei finanziamenti pubblici ai giornali?"
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Io sarei per abolirle le Case Editrici!!! Proprio per questo ho pubblicato il mio libro gratuitamente sul web.
Le Case Editrici (e quelle Discografiche) sono associazioni a delinquere che tengono il monopolio del mercato, ci propongono nella maggior parte dei casi prodotti scadenti, facendoceli pagare oro!!!
Il mio sogno è vedere la soppressione di Case Editrici e Discografiche, la fine degli ordini di Casta quali quello dei Giornalisti, e avere finalmente un mercato libero dove comperare prodotti di qualità e non la me**a che ci spacciano per oro!
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D’accordo con te e anche con Nicola Andrucci. Il mercato dell’editoria è un gran bailamme in cui solo i pesci grossi nuotano e non è detto che siano grandi scrittori!
Ciao!
3
I discografici se la stanno vedendo brutta, sentivo in radio l’altro giorno che più di un gruppo musicale noto si sta mettendo in proprio per distribuire i dischi.
Quanto agli editori mi basterebbe che affrontino il libero mercato come gli altri, se è il libero mercato che vogliamo davvero.
) invece di uno solo.
“Sussidi statali per i giornali di partito“, è una cosa che fa più socialismo reale che capitalismo, solo con più partiti ( tutti sempre unanimi, se si parla di finanziamenti
4
Ciao,
sull’argomento v. il mio contributo sul sito lapoesiaelosprito
http://lapoesiaelospirito.word.....di-parola/
Paolo Cacciolati
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assolutamente vergognosa l’esclusione dei giornali di partito: del resto in quel punto convergevano le rette di due caste, quella dei politici e quella della carta stampata.
Totalmente daccordo anche con le parole di Nicola: infatti anch’io pubblico i miei libri in POD
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Per tua informazione, sempre facendosi un gro per la rete scopri, che già si stanno organizzando per aggirare la legge costituendosi non più in coperative che garantiva a tutti i micro giornali (anche se pubblicavano l’alfabeto!) di accedere ai contributi, ma in fondazioni. In più si aggiungeranno vedrai anche i blogger che chiederanno anche loro un sostentamento visto che si dovranno iscrivere a questo registro …..
Fatta la legge trovato l’inganno ….dopotutto una buona parte dei parlamentari ha studiato giurisprudenza ……..
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Total OT: magrazie per il link! In questi giorni ricambio!
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@ Carmelo: ma de nada!
@ menphis:
Non ho ben capito perché le cooperative, che a me sembra continuerebbero a godere dei ben noti privilegi, dovrebbero trasformarsi in fondazioni.
Quanto ai blogger tranquillo, nessuno si iscriverà al roc né tantomeno riceverà alcun contributo statale, non per niente c’è stata tutta questa protesta, hai mai visto qualcuno che si lamenta per dei generosi contributi?
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I Radiohead hanno pubblicato il loro album su internet, dove gli acquirenti fanno il prezzo. Credo che ciò sia il futuro e vi spiego il perché:
Un disco costa all’acquirente circa 30 euro. A chi compone il disco va in tasca si e no 1 euro, tutto il resto va alla Casa Editrice e a pochi altri.
Se eliminiamo la casa editrice possiamo ottenere questi risultati:
Disco scaricabile a 2 euro
1)raddoppiano gli introiti dei compositori;
2)Si riduce di 15 volte il prezzo per gli acquirenti;
Ci vuole un economista per comprendere che questa è la soluzione migliore?
Commenti dei lettori